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Breve descrizione Centro agricolo del
Monte Poro. Il territorio confina con i comuni di Dinami, Filandari,
Francica, Jonadi, San Calogero, San Costantino Calabro, Candidoni, Serrata.
Mileto: Cattedrale
Mileto: Campanile Cattedrale
Mileto: Via Episcopio MILETO: LA
STORIA SECONDO GLI ALUNNI a cura di Concetta Virdò dal libro “Mileto”,
edizione " Il Normanno ’85", anno scol .90/91
Molti storici di questa nostra Mileto: Taccone - Gallucci, Monsignor
Francesco Pititto, Carmine Naccari, Francesco Pata, hanno trattato la storia
locale e hanno tramandato ai posteri la grandezza di questa nostra città.
Le testimonianze storiche in nostro possesso non sono tutte certe, comunque
si sa che il territorio di Mileto, come tutta la Calabria, è stato sotto il
dominio romano fino alla caduta dell'Impero. Si dà per certo infatti che
l'attuale strada statale n°18, nel tratto che l'attraversa, sia stata in
origine una strada romana e precisamente quella, che, per esigenze militari,
è stata costruita per collegare Roma con Reggio Calabria: la vecchia via
consiliare "Popilia". Un’ altra testimonianza storica antica è il
pavimento di casa gentilizia rinvenuto, proprio ai margini di questa strada,
nel centro abitato di Mileto. Esso è costituito da un ricco mosaico di 76 m.
di squisita fattura a disegni in marmi policromi dello stesso stile
frequente nelle case gentilizie dell'antica Roma. Sembra trattarsi di
un'opera già esistente ne175 a.c., poiché pare che a questa villa si
riferisse Cicerone, quando in una sua lettera all'amica Attica parlava
dell’ospitalità ricevuta da parte dell' amico, presso Mileto. Da allora però
le successive vicende storiche sono oscure, mentre quelle, che si
susseguirono alla dominazione normanna della regione possono
ritenersi del tutto, documentate storicamente.
Sotto i Nonnanni Mileto assurse a grande importanza. Quando infatti il
gruppo normanno degli Altavilla, capeggiato nel 1058 dai due fratelli
Roberto e Ruggiero, si divise il dominio della Calabria (non senza aver
combattuto duramente contro le popolazioni locali) al fratello Ruggiero
venne assegnato il titolo di «Comes» di Mileto la cui sede
geograficamente non esposta alle incursioni Saracene, rappresentava una sede
molto adatta per il governo dell'intera regione, mentre ugualmente poteva
rappresentare un centro di smistamento militare da opporsi agli sbarchi che
facilmente i Saraceni stessi potevano effettuare nei golfi di S. Eufemia e
Gioia. E' stato questo il periodo in cui Mileto assurse a capitale di
vicereame, titolo che tenne fino a quando Ruggero II il Normanno, nel 1130,
debellati ormai i dominatori arabi della Sicilia, trasferì la capitale a
Palermo. E' proprio nei 72 anni di vicereame normanno che Mileto assunse
l'importanza di una vera città col suo castello, sede del viceré, con templi
anticamente greci trasformati in chiese cattoliche, con un agglomerato di
abitazioni abbastanza esteso in cui si racchiudeva la popolazione che in
questo periodo, si dice, raggiungesse i quindicimila abitanti. Le
successive vicende storiche sono quelle del regno di Napoli e delle due
Sicilie, finchè nel 1783 il terremoto, che investì una cosi vasta regione
della Calabria, rase al suolo Mileto i cui abitanti in un primo tempo si
dispersero per le campagne. Solo agli albori dell'800, sotto la dominazione
napoleonica da parte di Gioacchino Murat, vennero gettate le basi per l'
edificazione di una nuova città, che raccolse i superstiti nell'attuale
sede. L'odierna Mileto giace ora su un pianoro, costituito geologicamente da un lembo di superficie marina pliocenica. I centri abitati del Comune sono, oltre al Capoluogo, il rione Calabrò, le frazioni di Paravati, S. Giovanni, e Comparni. Mileto ebbe ed ha molta importanza dal punto di vista religioso, perchè sede di diocesi, diocesi molto antica, che nei tempi passati si estendeva anche oltre la provincia di Catanzaro. Disseminati nella nostra città vi sono i simboli prestigiosi, le testimonianze della millenaria storia Miletese, che giacciono abbandonati in archivi polverosi che, purtroppo, poco si ammirano.
CALABRO’ Un rione destinato ad essere conglobato a cura del Sac.Bruno Cannatelli dal libro “Mileto”,
edizione "Il Normanno ’85", anno scol .90/91
Anche Calabrò subì le conseguenze del terremoto del 5 febbraio 1783 e sulle
sue rovine furono edificate, poi, le case e la Chiesa.
Questa, che, inizialmente aveva la facciata rivolta verso oriente ed era a
tre navate, venne abbattuta, in un secondo tempo, poichè pericolante a causa
del verificarsi di altri terremoti. Al suo posto, cambiando posizione, nel
1930, fu costruita l'attuale chiesa di dimensioni più piccole e che dal 1984
è oggetto di continui lavori di ristrutturazione e abbellimento.
Dal settembre 1986 risiedono nella casa parrocchiale e operano le Suore
Adoratrici del Sangue di Cristo.
San Giovanni: Chiesa Parrocchiale San Rocco di San GiovanniSAN GIOVANNIa cura di di Pino Pititto dal libro
“Mileto”, edizione" Il Normanno ’85", anno scol .90/91
Per mezzo della strada provinciale «Mileto-Dinami» è collegato allo
svincolo autostradale della «SA-RC» che dista appena 3 Km. La gente , semplice e cordiale, è dedita all'agricoltura; Le varietà coltivate sono: agrumi, frumento, cereali, legumi, foraggio. Anche la produzione dell'olio di oliva è abbondante ed è coadiuvata da ben tre impianti per la molitura delle olive.
Ma il fiore all'occhiello di questo paesino per quanto riguarda
l'agricoltura è la produzione del pomodoro da salsa, coltivato nella fertile
valle del Mesima. E’ molto apprezzato per la sua genuinità e per
l'alta resa nella sua trasformazione in conserva. Le molte richieste, anche
dai Comuni vicini, fanno di questo prodotto la principale fonte di reddito. Anche la pastorizia è abbastanza praticata ed i genuini prodotti “latterecci” fatti ancora alla vecchia maniera sono molto richiesti. Per chi vuole provare l'ebbrezza degli antichi sapori, quì è possibile gustare la bontà della ricotta, all'aria pura di campagna, proprio nell'attimo stesso in cui viene prodotta. San Giovanni non è solo ed esclusivamente agricoltura ma anche commercio ed artigianato; numerosi sono quelli che si occupano del commercio ambulante e per quanto riguarda l'artigianato vi sono due officine per la lavorazione del ferro con il quale si realizzano porte, infissi, ringhiere, balconi .
La gente di San Giovanni, molto religiosa, tiene in grande considerazione le
feste dedicate ai Santi, per questo motivo gli emigranti di questo paesino,
tutti gli anni tornano nella terra natia in occasione dei festeggiamenti di
Maria Santissima Assunta e del Santo Patrono San Rocco che si svolgono il 15
e 16 agosto. Un'altra data importante in campo religioso è l'appuntamento
dell'8 dicembre con i festeggiamenti dell' Immacolata, peraltro tanto attesa
dai bambini, poiché vengono allestiti simpatici spettacoli, con le
marionette ed i giganti (mitiche figure che vengono fatte ballare al suono
ritmato dei tamburi per le vie del paese).
Non si può non sottolineare l'ospitalità della gente di questo paesino che è
pronta ad offrire l'amicizia ed il proprio aiuto in cambio di un semplice
sorriso. COMPARNI
a cura di Raffaele Preiti dal libro
“Mileto”, edizione "Il Normanno ’85", anno scol .90/91
Comparni (400 abitanti) è una delle quattro frazioni del Comune di Mileto
dal quale dista 7 Km. Il paesino è sito in pianura ai lati della quale, a
valle scorrono due fiumi: il Mesima e lo Scotopleto. Prima del
secondo conflitto mondiale, era un mucchio di casuole abitate da contadini e
da pastori. Completamente isolato, vi si accedeva per una strada carraia. La
gente, costretta a vivere in loco, senza lavoro con un reddito bassissimo,
conduceva una vita di stenti; anche perchè i terreni, di proprietà di alcuni
possidenti di Mileto, venivano dati in fitto con un canone esoso. L'abitato
era completamente isolato e mancava di tutto. Ma, dopo il secondo conflitto,
con l'avvento della Repubblica e della Democrazia, le cose cambiarono
radicalmente. A vedere oggi Comparmi, il suo triste passato appare
lontanissimo nel tempo. Le opere di cui ha beneficiato sono tante: la strada
provinciale che lo collega a tanti paesi vicini e lontani, l'edificio
scolastico, la rete idrica, fognante ed elettrica, l'ufficio postale, la
sistemazione delle strade interne ed interpoderali. Non va dimenticato che
il paese, inoltre, è servito da tante corse d'autobus che danno la
possibilità agli abitanti di raggiungere i centri vicini e lontani. A 2 Km
dal paese è la stazione ferroviaria di Mileto, a 7 km lo svincolo
dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria. Tante e nuove artistiche
costruzioni per civile abitazione rendono il paesino più accogliente. Manca
però il lavoro, per cui intere famiglie sono state costrette ad emigrare
nelle Americhe e al nord Italia.
Comparni, oltre ad aver dato i suoi eroi nelle vicende belliche, nel campo
della cultura e nell'arte ha avuto figli che si sono distinti nello studio,
sacerdoti e tanti bravi artigiani. Ma la cosa più bella che caratterizza
questo piccolo centro agricolo è l'aria incontaminata. Respirare in questi
luoghi è cosa ben diversa che respirare in una grande città. Attraversare di
notte questo borgo col plenilunio è come se si entrasse nel paese delle
fate. Quanta pace! Che meraviglia!
Paravati: scorcio della Chiesa Addolorata PARAVATI
a cura del Sac. Pasquale Barone dal libro “Mileto”, edizione" Il Normanno ’85", anno scol .90/91
Paravati è la frazione più popolosa e attiva del Comune di Mileto, con circa
3.000 abitanti.
Con il nome Paravati vengono chiamate anche due contrade, in agro di
Brognaturo e sulla montagna di Isca. Paràbatos, inoltre, è cognome in
Grecia come Paravati lo è in diversi comuni della Calabria.
Le prime testimonianze sul nostro paese parlano di alcune case sul ciglio di
un burrone, presso l'attuale Stazione F.S. di Mileto.
Notizie storiche sull'esistenza di una borgata chiamata Paravati si hanno
già a tempo dei normanni. Nel secolo XVI lo storico Marafioti registra il nostro paese con il nome di Paravati. Sotto il dominio bizantino la nostra contrada, indicata anche come «Terra di Parasceve», era popolata da monaci orientali che seguivano la Regola di San Basilio (Basiliani). Dei vari eremitaggi sono rimasti i nomi alle diverse contrade: Santa Venere, Santo Iapicu, Santa Maria, Carmine Vecchio, San Basilio. Ancora oggi la gente di Paravati si esprime richiamando questo passato saturo di fede: «Tu parli a 'stra vasili» «Tu parli fuori della Regola di San Basilio», cioè fuori della norma.
Nella mappa urbana del 1972 il paese risulta più lungo che largo e si
configura come un cavalluccio con la testa ad occidente e la coda ad
oriente; la spina dorsale è rappresentata da Corso Umberto I. Negli ultimi
anni sono state allestite alcune spaziose piazze.
In questi ultimi anni Paravati si configura in maniera diversa per la
crescita costante del paese e la conseguente espansione di nuove
costruzioni. Nel suo territorio, collinoso e povero di risorse, un tempo si
coltivava, con i cereali e gli ortaggi, il lino e si allevava il baco da
seta.
Oggi la gente di Paravati, senza dimenticare le sue origini contadine,
cammina su altre strade, dedicandosi al commercio e alle attività aziendali,
a carattere familiare con risultati abbastanza soddisfacenti.
Particolare importanza ha la coltivazione dei fiori (floricoltura) e
la produzione delle uova su scala industriale, che da occupazione a diversi
nuclei familiari.
La comunità di Paravati risulta giovane e vivace, con Scuole materna,
elementare e media. Questa frazione manca di attrezzature sportive per una
crescita più sana e umana della gioventù.
A Paravati ci sono due chiese: dell'Addolorata, restaurata da poco, che
risale agli inizi del '700; e di Santa Maria degli Angeli, è stata
inaugurata ne1 1930, come nuova chiesa parrocchiale, in sostituzione della
precedente danneggiata dal terremoto de1 1905. La comunità si prende cura delle sue chiese e mantiene vive le sue tradizioni nella consapevolezza del suo passato e nella speranza del suo avvenire. Paravati però, è conosciuta, oltre i confini della nostra Regione e oltre i confini dell'Italia, per Natuzza Evolo. E' una donna che, da oltre 50 anni è autrice di fenomeni paranormali quali il dono della bilocazione, i colloqui con i morti, le sudorazioni ematiche. Migliaia sono i fedeli che ogni anno visitano Natuzza e, quindi, Paravati. I NORMANNIa cura di Sharo Gambino
Pubblicato sulla rivista, “Il Normanno ‘85”, anno
scol. 93/94
Gli storici che non hanno ancora potuto
precisare in quale data i Normanni (Northman, uomini del nord)
giunsero la prima volta in Italia e come e perché essi, dalle povere e
nebbiose regioni della Danimarca, Svezia e Norvegia, dove vivevano di scarsa
pesca e di prederie e tangenti imposte alle popolazioni rivierasche in
cambio di una fittizia tranquillità, si spinsero nel Meridione della
penisola italica e vi si stabilirono definitivamente. Forse i primi
contingenti vennero come pellegrini o forse per trovarvi asilo e sottrarsi
alle persecuzioni di cui li fecero oggetto per motivi politici Riccardo II
il Buono, duca di Normandia; od anche, di natura avventurosa qual erano, per
impiegarsi come soldati di ventura. Di certo vi è che questi ardimentosi,
stabilitisi sulle coste francesi nel sec.VIII in una lingua di terra che da
loro fu detta Normandia e noti anche col nome di Vichinghi,
sembravano destinati a dare una soluzione alla grave crisi politica che nel
sec. IX faceva del Meridione d'Italia una terra senza pace, frazionato
com'era in stati perennemente antagonisti in lotta fra di loro ed
esternamente col Papato e il Sacro Romano Impero, il catapanato Bizantino
con giurisdizione su Puglia, Lucania e Calabria, l'emirato musulmano in
Sicilia e sette tra principati longobardi e ducati autonomi in Campania. Né
va dimenticato l'abate di Montecassino, a sua volta sovrano di vasti
possedimenti, né i tanti minori feudatari irrequieti e aspiranti a
indipendenza ed autonomia.
In mezzo a queste forze discordi si inserì con
probabilità grandi di successo ed affermazione quel pugno di avventurieri
provenienti dalle brume nordiche.
"I Normanni vengon in Puglia e trovando gli
italiani fra sè in guerra, ora dall'una parte, or dall'altra prestano aiuto
e con tale sistema astutamente e fortemente debellano gli italiani; col
successo accrescono la propria fama, preparandosi la strada del futuro
domino". Così di loro scrisse un monaco cronista medievale, Sigeberto di
Gembloux, nella Chironografia, che va dal 381 alla sua epoca (egli
morì nel 1112).
Mercenari, quindi, i primi gruppi cui il caldo
sole mediterraneo non ha certo intorpidito il pensiero e la forza, anzi
sembra averne accresciuto la scaltrezza ed acuito il senso politico.
Dapprima al servizio di Melo, notabile barese, impegnato a cacciare i
bizantini dalla Puglia (1010), poi ( 1021 ) di papa Benedetto VII animato
dallo stesso impegno di Melo dopo essergli stato avversario. Sei anni dopo,
oramai divenuti forza organizzata, sotto la guida di Rainulfo e Amulfo
Drengot combattono per Pandolfo IV contro Capua, disposti comunque a
metterglisi contro (1029) al soldo di Sergio IV duca di Napoli, da cui,
l'anno appresso Rainulfo ottiene l'investitura della contea di Aversa. Sarà
questo il primo insediamento stabile normanno in Italia e destinato (1040)
ad allargarsi ed ampliarsi con l'annessione di Gaeta e coi successori di
Rainulfo e sempre per ricompensa di servigi militari, a trasformarsi in un
principato comprendente Capua, la signoria di Acerenza in Basilicata, terre
e castelli dal Lazio fino alla Montagna del Sole, in Gargano.
Vivo Rainulfo, però, era accaduto un fatto assai
importante. Le notizie che, di continuo, giungevano in Normandia dall'Italia
e le descrizioni delle immense ricchezze facilmente conquistate e quelle
conquistabili, avevano acceso di brama chi era rimasto a stentare tra i
gelidi fiordi, invogliandolo a scendere verso il salubre clima e il fertile
suolo dell'estremo sud. In tal modo nuovi contingenti avevano preso la via
verso le terre meridionali venendo a moltiplicare le forze compatriote ivi
esistenti. Tra costoro erano gli Altavilla (dal villaggio sulla
Manica Hauteville): Guglielmo, Drogone, Unfredo, Goffredo, Roberto e
Ruggero, figli di Tancredi un nobile caduto in bassa fortuna.
Realizzarono presto l'intento, al servizio di chi meglio pagava i loro
servigi e tre di loro, Guglielmo Ferrabac, Braccio di ferro, Drogone ed
Unfredo divennero principi rispettivamente di Melfi ed Ascoli Piceno, di
Verosa, di Mottola e Castellaneta.
Fortuna maggiore arrise agli ultimi due, Roberto
e Ruggero, figli di secondo letto dello spiantato barone, che su tutti gli
altri primeggiavano per intelligenza e virtù militari e politiche, ma
soprattutto per ambizione e spregiudicatezza.
Il primo a mettere piede nella bellissima terra
di Puglia fu Roberto (1040), che, dopo aver militato sotto diverse bandiere,
finì col porsi al servizio di Pandolfo principe di Capua in lotta contro
Guaimaro V di Salerno. Alla ricerca spasmodica di una personale affermazione
e di un feudo, si ebbe dal fratellastro Drogone il comando di una
guarnigione in Calabria, Scribla, nei pressi di Cosenza, nella vallata del
Crati e assai poco redditizia per essere,in parte, infestata dalla malaria.
Il giovane avventuriero l'abitò per poco, la
lasciò per un sito più asciutto e più difeso, San Marco Argentano. Qui
divenne per tutti "Il Guiscardo", l'astuto; e da qui mosse, seguito da
considerevole numero di soldati, per prender parte alla famosa battaglia di
Civitate che vide i Normanni trionfare sull'esercito di Papa Leone IX (18
giugno 1053).
Caduto egli stesso prigioniero del nemico, il
vecchio pontefice, che da quegli uomini giganteschi s'attendeva il peggio,
si vide invece trattato con deferenza e rispetto. Libero dopo nove mesi,
mutò politica, si alleò con gli ex avversari e conferì a Roberto il
principato di Benevento (esclusa la città), prima investitura pontificia che
la Real Casa normanna otteneva in Italia.
Ora l'attenzione dei Normanni si rivolgeva verso
la Puglia, dove ancora resistevano, ma sfiduciati, i Bizantini. Alla fine
del 1055 capitolavano Oria, Nardò e Lecce; e Roberto occupava
Minervino, Otranto e Gallipoli aumentando la propria potenza e così
preoccupando Umfredo, che temendo per sè, lo rispedì in Calabria. Nella
primavera del 1057, però, Umfredo moriva e sebbene avesse non mai guardato
di buon occhio (ricambiato) il fratellastro, pure lo nominò tutore del
giovanissimo figlio Abelardo ed amministratore delle sue terre nella
minorilità di quest'ultimo. Nell'agosto di quello stesso anno, a Melfi, i
Normanni riuniti acclamarono Roberto successore del fratello, le cui
proprietà gli furono devolute. Era diventato, in appena undici anni, l'uomo
più potente e più ricco del Meridione italiano.
Giovanissimo, appena ventisei anni, duro,
volitivo, ambiziosissimo, ecco a questo punto emergere, lasciando il grigio
nord, nel caldo sole di Pugliai l'ultimogenito di Tancredi d'Altavilla,
Ruggero, "che la giovinezza e devozione avevano fino ad allora trattenuto
a casa... e il Guiscardo molto si rallegrò per la sua venuta e lo ricevette
con gli onori dovuti. Poiché egli era un giovane assai bello, di alta
statura e di proporzioni eleganti, di facile eloquio, saggio consigliare,
previdente delle disposizioni di quanto andava fatto, egli conservò sempre
un carattere amichevole ed allegro. Era pure dotato di grande forza fisica e
di gran coraggio nei combattimenti. E, in virtù di queste qualità, presto si
guadagnò il favore di tutti". Dalla Normandia a Melfi e, dopo breve sosta, a San Marco Argentano, seguito del Guiscardo, Ruggero si adattò subito alla vita che stava tra il militare e il brigantaggio. E quando il fratello, dotato di una sessantina di cavalieri, dette incarico di conquistare la Calabria tutta, egli pose il campo sul colle Monteleone e da lì, con rapide puntate, con devastazione e saccheggi, atterrendo le popolazioni, iniziò una proficua guerriglia che interruppe solo per andare a dare una mano di aiuto al fratello impegnato a domare Melfi che si era ribellata. Allontanatosi da Roberto per disaccordi, Ruggero ebbe dall'altro fratello Guglielmo, il castello di Scalea, in posizione strategica per continue scorrerie nel principato del Guiscardo e far razzia di cavalli, derrate e danaro.
La terribile carestia che nel 1058 colpì la
Calabria per cui si faceva il pane con le erbe e ghiande o si mangiavano
radici crude che provocavano dolorose e spesso letali ostruzioni agli
intestini, fu la grande occasione per Ruggero per una rapida affermazione.
Ad uno ad uno i paesi andavano ribellandosi e mancando Guiscardo le forze di
ricondurli all'obbedienza da solo, gli fu giocoforza mandare ambascerie a
Scalea promettendo a Ruggero, in cambio di aiuto, la metà dei territori da
lui sottomessi e in più tutti i territori da conquistare da Squillace a
Reggio.
Sedata violentemente la rivolta, Roberto
mantenne fede ai patti e per differenziarsi di dominio come di titolo, egli
prese il titolo di duca, e il fratello quello di conte.
L'ambizione, la sete di dominio ora faceva
spingere lo sguardo a Roberto oltre lo Stretto; ma prima di muovere alla
conquista della Sicilia gli abbisognava avere il pieno dominio della
Calabria, dove ancora resistevano, in mano bizantina, Cariati e Reggio.
Sulla prima ebbe subito ragione; l'altra, invece, si difese strenuamente,
malgrado l'impiego delle prime macchine belliche impiegate dai Normanni.
Finalmente la città si arrese e il Guiscardo potè trionfante prenderne
possesso. I bizantini superstiti, però, si rifugiarono nella rocca di
Scilla, da dove li snidò Ruggero, che perciò si chiamò "primum Meliti et
Schillaci Comes" e, in virtù delle promesse fattegli dal fratello, "Dominus
dimitiae Calabriae". Mossero, quindi, i due Altavilla alla conquista
dell'isola di Trinacria, avendo la fortuna delle armi dalla loro parte. Ma
nel 1062, il minore, sospendendo la guerra tornò a Mileto, dove aveva posto
la capitale e la sede della propria famiglia, per sposare Delizia, figlia
del conte Moricone, espressamente giunta dalla Normandia. Poiché, eccetto il
castello di Mileto, null'altro di effettivo suo possesso egli poteva offrire
in dote alla sposa, Ruggero pretese dal fratello l'adempimento delle
promesse, provocandone la contrarietà. Il Guiscardo cinse d'assedio Mileto.
Durante uno scontro morì Amolfo, fratello di Delizia, il dolore della quale
inasprì il Conte, che, per stornare ogni pericolo, fece occupare da cento
fanti la Rocca di Gerace.
Roberto, furiosissimo, accorse per vendicare
l'affronto, ma mal gliene incorse che, catturato, sarebbe stato di certo
mandato a morte se non fosse intervenuto lo stesso suo fratello avversario
accampato a pochi chilometri dalla città. Ruggero se lo fece consegnare da
chi lo teneva prigioniero e gli restituì la libertà. Per questa ritornata
amicizia, si ebbe l'effettivo riconoscimento delle terre per cui aveva avuto
l'investitura e istituì la provincia miletana.
Per la morte di Roberto, colto da morbo e
spentosi il 17 1uglio 1085, Ruggero rimase solo a combattere per strappare
ai Saraceni la Sicilia. Nel 1094, passato di vittoria in vittoria, rimase
padrone assoluto dell'isola divenendo in tal modo il principe più autorevole
di tutto il Mediterraneo.
Il 5 luglio del l098, reduce dall'assedio
attorno a Capua per restituire la città a Riccardo, figlio del defunto
Giordano primo, Ruggero incontrava a Salerno Urbano II, il quale, con la
bolla "Qui propter prudentia” gli concedeva il privilegio
dell'apostolica legatia di San Pietro su Calabria e Sicilia per aver
favorito l'introduzione e il ripristino del rito latino nei suoi dominii,
scacciandone i Saraceni. Bolla che nei secoli futuri fu motivo di contrasti
e di guerre che il papato dovette sostenere coi sovrani meridionali poiché,
per essa, il Papa si privava di parte della sua propria autorità, conferendo
al Conte il diritto di accettare oppure di opporsi alla nomina del legato
pontificio, ed anche di designare i vescovi che avrebbero partecipato ai
concilii fuori del suo dominio. Implicitamente gli confermava anche le
diocesi create ex novo dal Conte in Calabria e in Sicilia dallo stesso fatte
in contrasto con la Curia romana creando monaci benedettini tratti dai
chiostri normanni.
Quanto era stato, crudele in guerra, tanto
grande e generoso Ruggero si era rivelato nell’amministrazione della pace,
così da meritare il giudizio di Romualdo Salernitano che lo disse "miles
egregius, moribus insignis atque famosus, iustitiae tenax, suis suoumque
opibus studens, pauperun munitor, pius in elemosinis, ecclesiam Dei atque
sacerdotum consules". In Mileto, dove aveva fatto innalzare una ricca reggia ed una bellissima Abbazia dedicata alla SS Trinità, nel cui chiostro monaci benedettini (tra essi Gaufredo Malaterra) trascrivevano testi greci e latini; e dove una zecca coniava belle monete, il 21 giugno del 1101 il Gran Conte chiuse gli occhi sulla luce di questa terra. Aveva settant'anni e gli era vicino, per confortargli il trapasso, un uomo per lui venuto dalle brume nordiche, ma con ben altri intenti, un uomo che indossava un bianco saio monacale: Brunone di Colonia.
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