Proloco Mileto   Associazione turistica

ACCREDITATA DALLA PROVINCIA DI VIBO VALENTIA COME UFFICIO IAT INFORMAZIONE E ASSISTENZA TURISTICA

 

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Scheda del Comune di Mileto
Regione Calabria
Provincia Vibo Valentia (VV)
Zona Italia Meridionale
latitudine: 38° 36' 38'' - longitudine: 16° 4' 13''
Popolazione Residente
7.152 (M 3.567, F 3.585) Densità per Kmq: 204,7 (dati Istat 2001)
Numero Famiglie 2.435
Numero Abitazioni 3.705
Denominazione Abitanti miletesi
Santo Patrono San Nicola di Bari
Festa Patronale 6 dicembre

Frazioni: Paravati, Comparni e San Giovanni

CAP 89852
Prefisso Telefonico 0963
Codice Istat 102021
Codice Catastale F207 
Il Comune di Mileto fa parte di: Regione Agraria n. 2-Colline Occidentali del Mesima.
Comuni Confinanti: Candidoni (RC), Dinami, Filandari, Francica, Jonadi, San Calogero, San Costantino Calabro, Serrata (RC)

 

Breve descrizione

Centro agricolo del Monte Poro. Il territorio confina con i comuni di Dinami, Filandari, Francica, Jonadi, San Calogero, San Costantino Calabro, Candidoni, Serrata.
Di remotissa fondazione (si dice infatti, fondata dai milesi dell'Asia scacciati da Dario), acquistò importanza al tempo di Ruggero il Normanno allorchè fu elevata a capitale della Regione e sede episcopale. Completamente distrutta dal terremoto del 1783, fu poi ricostruita con strade larghe e ortogonali e una grande piazza centrale, e case prevalentemente a pianterreno. Fu teatro di sanguinosi scontri al tempo della marcia di Garibaldi verso Napoli.
A est del centro abitato all'incirca a due chilometri, sono visibili i resti della Mileto Vecchia e precisamente:
- i ruderi della città e di edifici di varia età (XI, XII sec.);
- i resti dell'abbazia Normanno-Benedettina della Trinità fondata dal Conte Ruggero fra il 1003 e il 1070 circa e consacrata nel 1080;
- i resti della Cattedrale normanna (fine XI sec.).
In Mileto Nuova, la Cattedrale, vocata a San Nicola di Bari, conserva all'interno reliquie architettoniche e scultorie provenienti dalla Chiesa di Mileto vecchia, una statua marmorea tardo rinascimentale raffigurante San Nicola di Bari con basamento iscritto e datato 1594; un bel Crocefisso di avorio opera settecentesca, donato da Ferdinando II di Borbone; Madonnina col bambino, altorilievo marmoreo trecentesco; Coperchio Sepolcrale con figura di guerriero giacente frammento marmoreo del trecento; busto di San Nicola di Bari, pregevole opera di argenteria trecentesca.
Nel tesoro del Duomo sono conservate preziose argenterie e pregevoli paramenti sacri, nonchè un'icona medievale bizantineggiante di San Nicola di Bari dipinta ad olio su lavagna.
Nel cortile del Palazzo vescovile si possono notare colonne e capitelli provenienti dalla Mileto Vecchia e, all'interno, dell'edificio si possono ammirare opere d'arte, codici e libri corali antichi. La chiesa della Badia ha un Ciborio marmoreo cinquecentesco e bassorilievo rinascimentale scolpito su rosetta marmorea raffigurante ka Santissima Trinità.
Il Palazzo romano presenta frammenti architettonici e reliquie marmoree provenienti dalla distrutta Abbazia della Trinità di Mileto Vecchia, murati dall'esterno e nel giardino dell'edificio.
Mileto è in possesso, sia pure in modo sparso fra diverse proprietà, del più consistente nucleo di marmi d'età medievale esistente in Calabria.

Mileto: Cattedrale

 

 

Mileto: Campanile Cattedrale

 

 

Mileto: Via Episcopio

MILETO:

LA STORIA SECONDO GLI ALUNNI

a cura di Concetta Virdò

dal libro “Mileto”, edizione " Il Normanno ’85",  anno scol .90/91

Molti storici di questa nostra Mileto: Taccone - Gallucci, Monsignor Francesco Pititto, Carmine Naccari, Francesco Pata, hanno trattato la storia locale e hanno  tramandato ai posteri la grandezza di questa nostra città. Le testimonianze storiche in nostro possesso non sono tutte certe, comunque si sa che il territorio di Mileto, come tutta la Calabria, è stato sotto il dominio romano fino alla caduta dell'Impero. Si dà per certo infatti che l'attuale strada statale n°18, nel tratto che l'attraversa, sia stata in origine una strada romana e precisamente quella, che, per esigenze militari, è stata costruita per collegare Roma con Reggio Calabria:  la vecchia via consiliare "Popilia". Un’ altra testimonianza storica antica è il pavimento di casa gentilizia rinvenuto, proprio ai margini di questa strada, nel centro abitato di Mileto. Esso è costituito da un ricco mosaico di 76 m. di squisita fattura a disegni in marmi policromi dello stesso stile frequente nelle case gentilizie dell'antica Roma. Sembra trattarsi di un'opera già esistente ne175 a.c., poiché pare che a questa villa si riferisse Cicerone, quando in una sua lettera all'amica Attica parlava dell’ospitalità ricevuta da parte dell' amico, presso Mileto. Da allora però le successive vicende storiche sono oscure, mentre quelle, che si susseguirono alla dominazione normanna della regione possono ritenersi del tutto, documen­tate storicamente.

Sotto i Nonnanni Mileto assurse a grande importanza. Quando infatti il gruppo normanno degli Altavilla, capeggiato nel 1058 dai due fratelli Roberto e Ruggiero, si divise il dominio della Calabria (non senza aver combattuto duramente contro le popolazioni locali) al fratello Ruggiero venne assegnato il titolo di «Comes» di Mileto la cui sede geograficamente non esposta alle incursioni Saracene, rappresentava una sede molto adatta per il governo dell'intera regione, mentre ugualmente poteva rappresentare un centro di smistamento militare da opporsi agli sbarchi che facilmente i Saraceni stessi potevano effettuare nei golfi di S. Eufemia e Gioia. E' stato questo il periodo in cui Mileto assurse a capitale di vicereame, titolo che tenne fino a quando Ruggero II il Normanno, nel  1130, debellati ormai i dominatori arabi della Sicilia, trasferì  la capitale a Palermo. E' proprio nei 72 anni di vicereame normanno che Mileto assunse l'importanza di una vera città col suo castello, sede del viceré, con templi anticamente greci trasformati in chiese cattoliche, con un agglomerato di abitazioni abbastanza esteso in cui si racchiudeva la popolazione che in questo periodo, si dice, raggiungesse i quindici­mila abitanti. Le successive vicende storiche sono quelle del regno di Napoli e delle due Sicilie, finchè nel 1783 il terremoto, che investì una cosi vasta regione della Calabria, rase al suolo Mileto  i cui abitanti in un primo tempo si dispersero per le campagne. Solo agli albori dell'800, sotto la dominazione napoleonica da parte di Gioacchino Murat, vennero gettate le basi per l' edificazione di una nuova città, che raccolse i superstiti nell'attuale sede.

L'odierna Mileto giace ora su un pianoro, costituito geologicamente da un lembo di superficie marina plioce­nica. I centri abitati del Comune sono, oltre al Capoluogo, il rione Calabrò, le frazioni di Paravati, S. Giovanni, e Comparni. Mileto ebbe ed ha molta importanza dal punto di vista religioso, perchè sede di diocesi, diocesi molto antica, che nei tempi passati si estendeva anche oltre la provincia di Catanzaro. Disseminati nella nostra città vi sono i simboli prestigiosi, le testimonianze della millenaria storia Miletese, che giacciono abbandonati in archivi polverosi che, purtroppo, poco si ammirano.

 

 

  Calabrò: Chiesa della Madonna dell'Assunta

CALABRO’

Un rione destinato ad essere conglobato

 a cura del Sac.Bruno Cannatelli 

dal libro “Mileto”, edizione "Il Normanno ’85", anno scol .90/91

  Di antica origine, dalla fine del 1600 è costituita dalla fusione di due casali: quello di Calabrò che aveva una chiesa parrocchiale sotto il titolo di Santa Maria e quello di Coteffoni che aveva una chiesa parrocchiale sotto il titolo di San Sebastiano. Questi due casali distinti, unendosi, formarono la frazione Calabrò che si estese sempre più verso Mileto fino a unificarsi completamente con essa.

Anche Calabrò subì le conseguenze del terremoto del 5  febbraio 1783 e sulle sue rovine furono edificate, poi,  le case e la Chiesa.

Questa, che, inizialmente aveva la facciata rivolta verso oriente ed era a tre navate, venne abbattuta, in un secondo tempo, poichè pericolante a causa del verificarsi di altri terremoti. Al suo posto, cambiando posizione, nel 1930, fu costruita l'attuale chiesa di dimensioni più piccole e che dal 1984 è oggetto di continui lavori di ristrutturazione e abbellimento.

Dal settembre 1986 risiedono nella casa parrocchiale e operano le Suore Adoratrici del Sangue di Cristo.

San Giovanni: Chiesa Parrocchiale San Rocco di San Giovanni

SAN GIOVANNI

 a cura di di Pino Pititto

 dal libro “Mileto”, edizione" Il Normanno ’85",  anno scol .90/91

  Piccolo paesino con circa 1000 abitanti, confina a nord con il capoluogo, a sud con il fiume «Mesima», ad est con Comparni (altra piccola frazione di Mileto} e ad ovest con Francica, Comune vicino.

Per mezzo della strada provinciale «Mileto-Dinami» è collegato allo svincolo auto­stradale della «SA-RC» che dista appena 3 Km.

La gente , semplice e cordiale, è dedita  all'agricoltura; Le varietà coltivate sono: agrumi, frumento, cereali, legumi, foraggio.

Anche la produzione dell'olio di oliva è abbondante ed è coadiuvata da ben tre impianti per la molitura delle olive.

Ma il fiore all'occhiello di questo paesino per quanto riguarda l'agricoltura è la produzione del pomodoro da salsa, coltivato nella fertile valle del Mesima. E’ molto apprezzato per la sua genuinità e per l'alta resa nella sua trasformazione in conserva. Le molte richieste, anche dai Comuni vicini, fanno di questo prodotto la principale fonte di reddito.

Anche la pastorizia è abbastanza praticata ed i genuini prodotti “latterecci” fatti ancora alla vecchia maniera sono molto richiesti. Per chi vuole provare l'ebbrezza degli antichi sapori, quì è possibile gustare la bontà della ricotta, all'aria pura di campagna, proprio nell'attimo stesso in cui viene prodotta.

San Giovanni non è solo ed esclusivamente agricoltura ma anche commercio ed artigianato; numerosi sono quelli che si occupano del commercio ambulante e per quanto riguarda l'artigianato vi sono due officine per la lavora­zione del ferro con il quale si realizzano porte, infissi, ringhiere, balconi .

La gente di San Giovanni, molto religiosa, tiene in grande considerazione le feste dedicate ai Santi, per questo motivo gli emigranti di questo paesino, tutti gli anni tornano nella terra natia in occasione dei festeggiamenti di Maria Santissima Assunta e del Santo Patrono San Rocco che si svolgono il 15 e 16 agosto. Un'altra data importante in campo religioso è l'appuntamento dell'8 dicembre con i festeggiamenti dell' Immacolata, peraltro tanto attesa dai bambini, poiché vengono allestiti simpatici spettacoli, con  le marionette ed i giganti (mitiche figure che vengono fatte ballare al suono ritmato dei tamburi per le vie del paese).

Non si può non sottolineare l'ospitalità della gente di questo paesino che è pronta ad offrire l'amicizia ed il proprio aiuto in cambio di un semplice sorriso.

COMPARNI

a cura di Raffaele Preiti

 dal libro “Mileto”, edizione "Il Normanno ’85",  anno scol .90/91

  Comparni (400 abitanti) è una delle quattro frazioni del Comune di Mileto dal quale dista 7 Km. Il paesino è sito in pianura ai lati della quale, a valle scorrono due fiumi: il Mesima e lo Scotopleto. Prima del secondo conflitto mondiale, era un mucchio di casuole abitate da contadini e da pastori. Completamente isolato, vi si accedeva per una strada carraia. La gente, costretta a vivere in loco, senza lavoro con un reddito bassissimo, conduceva una vita di stenti; anche perchè i terreni, di proprietà di alcuni possidenti di Mileto, venivano dati in fitto con un canone esoso.  L'abitato era completamente isolato e mancava di tutto. Ma, dopo il secondo conflitto, con l'avvento della Repubblica e della Democrazia, le cose cambiarono radicalmente. A vedere oggi Comparmi, il suo triste passato appare lontanissimo nel tempo. Le opere di cui ha beneficiato sono tante: la strada provinciale che lo collega a tanti paesi vicini e lontani, l'edificio scolastico, la rete idrica, fognante ed elettrica, l'ufficio postale, la sistemazione delle strade interne ed interpoderali. Non va dimenticato che il paese, inoltre, è servito da tante corse d'autobus che danno la possibilità agli abitanti di raggiungere i centri vicini e lontani. A 2 Km dal paese è la stazione ferroviaria di Mileto, a 7 km lo svincolo dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria. Tante e nuove artistiche costruzioni per civile abitazione rendono il paesino più accogliente. Manca però il lavoro, per cui intere famiglie sono state costrette ad emigrare nelle Americhe e al nord Italia.

Comparni, oltre ad aver dato i suoi eroi nelle vicende belliche, nel campo della cultura e nell'arte ha avuto figli che si sono distinti nello studio, sacerdoti e tanti bravi artigiani. Ma la cosa più bella che caratterizza questo piccolo centro agricolo è l'aria incontaminata. Respirare in questi luoghi è cosa ben diversa che respirare in una grande città. Attraversare di notte questo borgo col plenilunio è come se si entrasse nel paese delle fate. Quanta pace! Che meraviglia!  

 

 

Paravati: scorcio della Chiesa Addolorata

PARAVATI

a cura del Sac. Pasquale Barone

  dal libro “Mileto, edizione" Il Normanno ’85",  anno scol .90/91

Paravati è la frazione più popolosa e attiva del Comune di Mileto, con circa 3.000 abitanti.

Con il nome Paravati vengono chiamate anche due contrade, in agro di Brognaturo e sulla montagna di Isca. Paràbatos, inoltre, è cognome in Grecia come Paravati lo è in diversi comuni della Calabria.

Le prime testimonianze sul nostro paese parlano di alcune case sul ciglio di un burrone, presso l'attuale Stazione F.S. di Mileto.

Notizie storiche sull'esistenza di una borgata chiamata Paravati si hanno già a tempo dei normanni.

Nel secolo XVI lo storico Marafioti registra il nostro paese con il nome di Paravati. Sotto il dominio bizantino la nostra contrada, indicata anche come «Terra di Parasceve», era popolata da monaci orientali che seguivano la Regola di San Basilio (Basiliani). Dei vari eremitaggi sono rimasti i nomi alle diverse contrade: Santa Venere, Santo Iapicu, Santa Maria, Carmine Vecchio, San Basilio. Ancora oggi la gente di Paravati si esprime richiamando questo passato saturo di fede: «Tu parli a 'stra vasili» «Tu parli fuori della Regola di San Basilio», cioè fuori della norma.

Nella mappa urbana del 1972 il paese risulta più lungo che largo e si configura come un cavalluccio con la testa ad occidente e la coda ad oriente; la spina dorsale è rappresentata da Corso Umberto I. Negli ultimi anni sono state allestite alcune spaziose piazze.

In questi ultimi anni Paravati si configura in maniera diversa per la crescita costante del paese e la conseguente espansione di nuove costruzioni. Nel suo territorio, collinoso e povero di risorse, un tempo si coltivava, con i cereali e gli ortaggi, il lino e si allevava il baco da seta.

Oggi la gente di Paravati, senza dimenticare le sue origini contadine, cammina su altre strade, dedicandosi al commercio e alle attività aziendali, a carattere familiare con risultati abbastanza soddisfacenti.

Particolare importanza ha la coltivazione dei fiori (floricoltura) e la produzione delle uova su scala industriale, che da occupazione a  diversi nuclei familiari.

La comunità di Paravati risulta giovane e vivace, con Scuole materna, elementare e media. Questa frazione manca di attrezzature sportive per una crescita più sana e umana della gioventù.

A Paravati ci sono due chiese: dell'Addolorata, restaurata da poco, che risale agli inizi del '700; e di Santa Maria degli Angeli, è stata inaugurata ne1 1930, come nuova chiesa parrocchiale, in sostituzione della precedente dan­neggiata dal terremoto de1 1905.

La comunità si prende cura delle sue chiese e mantiene vive le sue tradizioni nella consapevolezza del suo passato e nella speranza del suo avvenire.

Paravati però, è conosciuta, oltre i confini della nostra Regione e oltre i confini dell'Italia, per Natuzza Evolo. E' una donna che, da oltre 50 anni è autrice di fenomeni paranormali quali il dono della bilocazione, i colloqui con i morti, le sudorazioni ematiche. Migliaia sono i fedeli che ogni anno visitano Natuzza e, quindi, Paravati.

I NORMANNI

a cura di Sharo Gambino

Pubblicato sulla rivista,  “Il Normanno ‘85”, anno scol. 93/94  

Gli storici che non hanno ancora potuto precisare in quale data i Normanni (Northman, uomini del nord) giunsero la prima volta in Italia e come e perché essi, dalle povere e nebbiose regioni della Danimarca, Svezia e Norvegia, dove vivevano di scarsa pesca e di prederie e tangenti imposte alle popolazioni rivierasche in cambio di una fittizia tranquillità, si spinsero nel Meridione della penisola italica e vi si stabilirono definitivamente. Forse i primi contingenti vennero come pellegrini o forse per trovarvi asilo e sottrarsi alle persecuzioni di cui li fecero oggetto per motivi politici Riccardo II il Buono, duca di Normandia; od anche, di natura avventurosa qual erano, per impiegarsi come soldati di ventura. Di certo vi è che questi ardimentosi, stabilitisi sulle coste francesi nel sec.VIII in una lingua di terra che da loro fu detta Normandia e noti anche col nome di Vichinghi, sembravano destinati a dare una soluzione alla grave crisi politica che nel sec. IX faceva del Meridione d'Italia una terra senza pace, frazionato com'era in stati perennemente antagonisti in lotta fra di loro ed esternamente col Papato e il Sacro Romano Impero, il catapanato Bizantino con giurisdizione su Puglia, Lucania e Calabria, l'emirato musulmano in Sicilia e sette tra principati longobardi e ducati autonomi in Campania. Né va dimenticato l'abate di Montecassino, a sua volta sovrano di vasti possedimenti, né i tanti minori feudatari irrequieti e aspiranti a indipendenza ed autonomia.

In mezzo a queste forze discordi si inserì con probabilità grandi di successo ed affermazione quel pugno di avventurieri provenienti dalle brume nordiche.

"I Normanni vengon in Puglia e trovando gli italiani fra sè in guerra, ora dall'una parte, or dall'altra prestano aiuto e con tale sistema astutamente e fortemente debellano gli italiani; col successo accrescono la propria fama, preparandosi la strada del futuro domino". Così di loro scrisse un monaco cronista medievale, Sigeberto di Gembloux, nella Chironografia, che va dal  381 alla sua epoca (egli morì nel 1112).

Mercenari, quindi, i primi gruppi cui il caldo sole mediterraneo non ha certo intorpidito il pensiero e la forza, anzi sembra averne accresciuto la scaltrezza ed acuito il senso politico. Dapprima al servizio di Melo, notabile barese, impegnato a cacciare i bizantini dalla Puglia (1010), poi ( 1021 ) di papa Benedetto VII animato dallo stesso impegno di Melo dopo essergli stato avversario. Sei anni dopo, oramai divenuti forza organizzata, sotto la guida di Rainulfo e Amulfo Drengot combattono per Pandolfo IV contro Capua, disposti comunque a metter­glisi contro (1029) al soldo di Sergio IV duca di Napoli, da cui, l'anno appresso Rainulfo ottiene l'investitura della contea di Aversa. Sarà questo il primo insediamento stabile normanno in Italia e destinato (1040) ad allargarsi ed ampliarsi con l'annessione di Gaeta e coi successori di Rainulfo e sempre per ricompensa di servigi militari, a trasformarsi in un principato comprendente Capua, la signoria di Acerenza in Basilicata, terre e castelli dal Lazio fino alla Montagna del Sole, in Gargano.

Vivo Rainulfo, però, era accaduto un fatto assai importante. Le notizie che, di continuo, giungevano in Normandia dall'Italia e le descrizioni delle immense ricchezze facilmente conquistate e quelle conquistabili, avevano acceso di brama chi era rimasto a stentare tra i gelidi fiordi, invogliandolo a scendere verso il salubre clima e il fertile suolo dell'estremo sud. In tal modo nuovi contingenti avevano preso la via verso le terre meridionali venendo a moltiplicare le forze compatriote ivi esistenti. Tra costoro erano gli Altavilla (dal villaggio sulla Manica Hauteville): Guglielmo, Drogone, Unfredo, Goffredo, Roberto e Ruggero, figli di Tancredi un nobile caduto in bassa fortuna. Realizzarono presto l'intento, al servizio di chi meglio pagava i loro servigi e tre di loro, Guglielmo Ferrabac, Braccio di ferro, Drogone ed Unfredo divennero principi rispettivamente di Melfi ed Ascoli Piceno, di Verosa, di Mottola e Castellaneta.

Fortuna maggiore arrise agli ultimi due, Roberto e Ruggero, figli di secondo letto dello spiantato barone, che su tutti gli altri primeggiavano per intelligenza e virtù militari e politiche, ma soprattutto per ambizione e spregiudicatezza.

Il primo a mettere piede nella bellissima terra di Puglia fu Roberto (1040), che, dopo aver militato sotto diverse bandiere, finì col porsi al servizio di Pandolfo principe di Capua in lotta contro Guaimaro V di Salerno. Alla ricerca spasmodica di una personale affermazione e di un feudo, si ebbe dal fratellastro Drogone il comando di una guarnigione in Calabria, Scribla, nei pressi di Cosenza, nella vallata del Crati e assai poco redditizia per essere,in parte, infestata dalla malaria.

Il giovane avventuriero l'abitò per poco, la lasciò per un sito più asciutto e più difeso, San Marco Argentano. Qui divenne per tutti "Il Guiscardo", l'astuto; e da qui mosse, seguito da considerevole numero di soldati, per prender parte alla famosa battaglia di Civitate che vide i Normanni trionfare sull'esercito di Papa Leone IX (18 giugno 1053).

Caduto egli stesso prigioniero del nemico, il vecchio pontefice, che da quegli uomini giganteschi s'attendeva il peggio, si vide invece trattato con deferenza e rispetto. Libero dopo nove mesi, mutò politica, si alleò con gli ex avversari e conferì a Roberto il principato di Benevento (esclusa la città), prima investitura pontificia che la Real Casa normanna otteneva in Italia.

Ora l'attenzione dei Normanni si rivolgeva verso la Puglia, dove ancora resistevano, ma sfiduciati, i Bizantini. Alla fine del 1055 capitolavano Oria, Nardò e Lecce; e Roberto occupava Minervino, Otranto e Gallipoli aumentando la propria potenza e così preoccupando Umfredo, che temendo per sè, lo rispedì in Calabria. Nella primavera del 1057, però, Umfredo moriva e sebbene avesse non mai guardato di buon occhio (ricambiato) il fratellastro, pure lo nominò tutore del giovanissimo figlio Abelardo ed amministratore delle sue terre nella minorilità di quest'ultimo. Nell'agosto di quello stesso anno, a Melfi, i Normanni riuniti acclamarono Roberto successore del fratello, le cui proprietà gli furono devolute. Era diventato, in appena undici anni, l'uomo più potente e più ricco del Meridione italiano.

Giovanissimo, appena ventisei anni, duro, volitivo, ambiziosissimo, ecco a questo punto emergere, lasciando il grigio nord, nel caldo sole di Pugliai  l'ultimogenito di Tancredi d'Altavilla, Ruggero, "che la giovinezza e devozione avevano fino ad allora trattenuto a casa... e il Guiscardo molto si rallegrò per la sua venuta e lo ricevette con gli onori dovuti. Poiché egli era un giovane assai bello, di alta statura e di proporzioni eleganti, di facile eloquio, saggio consigliare, previdente delle disposizioni di quanto andava fatto, egli conservò sempre un carattere amichevole ed allegro. Era pure dotato di grande forza fisica e di gran coraggio nei combattimenti. E, in virtù di queste qualità, presto si guadagnò il favore di tutti".

Dalla Normandia a Melfi e, dopo breve sosta, a San Marco Argentano, seguito del Guiscardo, Ruggero si adattò subito alla vita che stava tra il militare e il brigantaggio. E quando il fratello, dotato di una sessantina di cavalieri, dette incarico di conquistare la Calabria tutta, egli pose il campo sul colle Monteleone e da lì, con rapide puntate, con devastazione e saccheggi, atterrendo le popolazioni, iniziò una proficua guerriglia che interruppe solo per andare a dare una mano di aiuto al fratello impegnato a domare Melfi che si era ribellata. Allontanatosi da Roberto per disaccordi, Ruggero ebbe dall'altro fratello Guglielmo, il castello di Scalea, in posizione strategica per continue scorrerie nel principato del Guiscardo e far razzia di cavalli, derrate e danaro.

La terribile carestia che nel 1058 colpì la Calabria per cui si faceva il pane con le erbe e ghiande o si mangiavano radici crude che provocavano dolorose e spesso letali ostruzioni agli intestini, fu la grande occasione per Ruggero per una rapida affermazione. Ad uno ad uno i paesi andavano ribellandosi e mancando Guiscardo le forze di ricondurli all'obbedienza da solo, gli fu giocoforza mandare ambascerie a Scalea promettendo a Ruggero, in cambio di aiuto, la metà dei territori da lui sottomessi e in più tutti i territori da conquistare da Squillace a Reggio.

Sedata violentemente la rivolta, Roberto mantenne fede ai patti e per differenziarsi di dominio come di titolo, egli prese il titolo di duca, e il fratello quello di conte.

L'ambizione, la sete di dominio ora faceva spingere lo sguardo a Roberto oltre lo Stretto; ma prima di muovere alla conquista della Sicilia gli abbisognava avere il pieno dominio della Calabria, dove ancora resistevano, in mano bizantina, Cariati e Reggio. Sulla prima ebbe subito ragione; l'altra, invece, si difese strenuamente, malgrado l'impiego delle prime macchine belliche impiegate dai Normanni. Finalmente la città si arrese e il Guiscardo potè trionfante prenderne possesso. I bizantini superstiti, però, si rifugiarono nella rocca di Scilla, da dove li snidò Ruggero, che perciò si chiamò "primum Meliti et Schillaci Comes" e, in virtù delle promesse fattegli dal fratello, "Dominus dimitiae Calabriae". Mossero, quindi, i due Altavilla alla conquista dell'isola di Trinacria, avendo la fortuna delle armi dalla loro parte. Ma nel 1062, il minore, sospendendo la guerra tornò a Mileto, dove aveva posto la capitale e la sede della propria famiglia, per sposare Delizia, figlia del conte Moricone, espressamente giunta dalla Normandia. Poiché, eccetto il castello di Mileto, null'altro di effettivo suo possesso egli poteva offrire in dote alla sposa, Ruggero pretese dal fratello l'adempimento delle promesse, provocandone la contrarietà. Il Guiscardo cinse d'assedio Mileto. Durante uno scontro morì Amolfo, fratello di Delizia, il dolore della quale inasprì il Conte, che, per stornare ogni pericolo, fece occupare da cento fanti la Rocca di Gerace.

Roberto, furiosissimo, accorse per vendicare l'affronto, ma mal gliene incorse che, catturato, sarebbe stato di certo mandato a morte se non fosse intervenuto lo stesso suo fratello avversario accampato a pochi chilometri dalla città. Ruggero se lo fece consegnare da chi lo teneva prigioniero e gli restituì la libertà. Per questa ritornata amicizia, si ebbe l'effettivo riconoscimento delle terre per cui aveva avuto l'investitura e istituì la provincia miletana.

Per la morte di Roberto, colto da morbo e spentosi il 17 1uglio 1085, Ruggero rimase solo a combattere per strappare ai Saraceni la Sicilia. Nel 1094, passato di vittoria in vittoria, rimase padrone assoluto dell'isola divenendo in tal modo il principe più autorevole di tutto il Mediterraneo.

Il 5 luglio del l098, reduce dall'assedio attorno a Capua per restituire la città a Riccardo, figlio del defunto Giordano primo, Ruggero incontrava a Salerno Urbano II, il quale, con la bolla "Qui propter prudentia”  gli concedeva il privilegio dell'apostolica legatia di San Pietro su Calabria e Sicilia per aver favorito l'introduzione e il ripristino del rito latino nei suoi dominii, scacciandone i Saraceni. Bolla che nei secoli futuri fu motivo di contrasti e di guerre che il papato dovette sostenere coi sovrani meridionali poiché, per essa, il Papa si privava di parte della sua propria autorità, conferendo al Conte il diritto di accettare oppure di opporsi alla nomina del legato pontificio, ed anche di designare i vescovi che avrebbero partecipato ai concilii fuori del suo dominio. Implicitamente gli confermava anche le diocesi create ex novo dal Conte in Calabria e in Sicilia dallo stesso fatte in contrasto con la Curia romana creando monaci benedettini tratti dai chiostri normanni.

Quanto era stato, crudele in guerra, tanto grande e generoso Ruggero si era rivelato nell’amministrazione della pace, così da meritare il giudizio di Romualdo Salernitano che lo disse "miles egregius, moribus insignis atque famosus, iustitiae tenax, suis suoumque  opibus studens, pauperun munitor, pius in elemosinis, ecclesiam Dei atque sacerdotum consules".

In Mileto, dove aveva fatto innalzare una ricca reggia ed una bellissima Abbazia dedicata alla SS Trinità,  nel cui chiostro monaci benedettini (tra essi Gaufredo Malaterra) trascrivevano testi greci e latini; e dove una zecca coniava belle monete, il 21 giugno del 1101 il Gran Conte chiuse gli occhi sulla luce di questa terra. Aveva settant'anni e gli era vicino, per confortargli il trapasso, un uomo per lui venuto dalle brume nordiche, ma con ben altri intenti, un uomo che indossava un bianco saio monacale: Brunone di Colonia.


Mileto nel tempo

“Il turista che scende per la statale 18, dalle colline che la circondano, ha di colpo la visuale della cittadina adagiata nella valle, colle cuspidi dei suoi campanili, e un'atmosfera di torpore, e di mite che sembra circondarla. Mistero è parola atta più che non si creda, se si vola indietro colla memoria nel tempo alla scoperta del tempo stesso e di un termine umano che si potè dire storia". Così Franco Pata nella sua "Mileto nel tempo" dà inizio al testo che racconta, più d'ogni altro, i fasti della cittadina, che divenne nel periodo di massimo splendore (quello normanno), Capitale di tutti i possedimentifino allora acquisiti dagli uomini "venuti dal nord", "e fu, per molti anni, politicamente importante quanto Londra e Parigi, e le sue chiese, i suoi palazzi ed i suoi tesori uguagliarono la migliore arte prodotta allora". A questa memoria, oggi più che mai, si deve tendere, non per collegarsi asfitticamente a qualcosa che mai più potrà addivenire, ma perchè quei fatti, riconosciuti nella loro incertezza, richiamino la genesi di quei luoghi e ne comprovino l'importanza imperitura ed indelebile nella nostra storia. Non è facile stabilire l'età dei primi insediamenti umani nei dintorni di Mileto, tuttavia è certo che in un podere a fianco dell'odierno centro si ergeva una villa di età romana, ricordata da Cicerone (che vi soggiornò tra l'altro) nella sua epistola Ad Atticum , tale “Villa Sicca”, la cui esistenza era testimoniata da due splendidi mosaici pavimentali. Ma l'importanza di Mileto risale soprattutto al periodo normanno, quando Ruggero D'Altavilla, figlio ultimogenito di Tancredi, sospinto dalla povertà e dalle lotte della sua terra, sovrappopolata e discorde, scese nell'Italia meridionale, insieme ad altre schiere di normanni della Normandia, attirato dalle guerre e dalle rivolte(notissima quella di Melo di Bari); spesso questi normanni erano cadetti e per il maggiorasco dal mondo feudale Franco non avevano eredità di terre, ma speravano di conquistarle inserendosi nel complicato gioco delle rivalità. E questo fece Ruggero, rivelandosi subito guerriero abile e capace; conscio del suo valore, si fece cedere dal fratello, Roberto il Guiscardo, metà della Calabria (1062) stappata ai Bizantini. Da qui cominciava la sua ascesa espansionistica che lo portò alla conquista dell'intera Sicilia in mano agli Arabi. Intanto aveva scelto Mileto come capitale di questi suoi possedimenti stabilendovi una sontuosa corte e costruendo un maestoso castello meta di prìncipi e di papi, ricco d'arte e delle migliori manovalanze, patria di re poichè qui ebbe i natali il figlio Ruggero II, futuro re di Sicilia; la sua nascita è testimoniata oltre che dal Malaterra anche dall'inno di Fra' Maraldo riferito al battesimo avvenuto nella chiesa di San Martino per mano di San Bruno e testimone il Lamino un nobile normanno. A Mileto, Ruggero I edificò anche una zecca che coniava diverse monete di bronzo e d’argento, ma l'opera che vi rappresentò lo splendore normanno fu l'Abbazia della Santissima Trinità, eretta come enorme monumento sepolcrale della famiglia sulla scia dell'Abbazia di Venosa. Il tremendo terremoto del 1783 (già un altro nel 1659 aveva causato danni ingenti alla città), rase quasi interamente al suolo Mileto, ed i suoi abitanti ricostruirono il paese a due chilometri dal precedente sito. Oggi, Mileto non vive solo di storia o di ricordi: sede vescovile dal lontano 1801 (la prima dell'intero meridione dove si professò il rito latino) voluta proprio da Ruggero I, le appartiene un'enorme Cattedrale in stile Romano – Lombardo, divisa in tre navate da colonne in stile ionico con soffitto a cassettoni a forte aggetto. Su progetto dell'architetto Faustino Roncoroni e dell'ingegnere Mario Pandelli, venne consacrata da Mons. Paolo Albera nel 1930. In essa sono custoditi, oltre alle tombe di alcuni vescovi, uno splendido altare del Santissimo in marmo policromo, alcuni quadri di pregevole fattura, un organo a canne (uno dei più grandi della Calabria e molte opere in bronzo di artisti calabresi. Attiguo alla Cattedrale aperto tutti i giorni al pubblico ormai da tre anni, vi è il Museo Statale di d'Arte Sacra, con annessa una sezione archeologica, contenente reperti d'età normanna rinvenuti in parte negli scavi passati. In esso sono custoditi, secondo le migliori tecniche moderne, pezzi di grande valore storico – artistico: da una serie di maioliche e vetrate dell'Abbazia della Santissima Trinità, al sarcofago di Erenburga seconda moglie di Ruggero I, al quale al più presto farà compagnia proprio quello del Gran Conte (dal Gennaio 2001 cominceranno i festeggiamenti per “l'Anno Ruggeriano”nella ricorrenza dei novecento anni dalla sua morte avvenuta il 22 giugno 1101), alcune lastre tombali, monete, paramenti sacri, argenteria, tele, ed uno stupendo crocifisso d'avorio a tutto tondo appartenuto a Ferdinando II di Borbone e opera dell'Algardi. Quasi immediatamente vicino all'Episcopio costruito da Mons. Mincione e successivamente ampliato dai suoi successori, sorge la chiesa di Maria Santissima della Cattolica. Edificata nel 1785 a spese della famiglia Taccone, poi ampliata nell'1887 grazie all'interessamento del filosofo Nicola Taccone Gallucci allora priore dell'omonima congrega; si rifà alla Cattolica della Mileto antica che sorse quasi contemporaneamente a quelle di Stilo e Reggio Calabria. Continuando per qualche centinaio di metri si giunge all'attuale chiesa della Santissima Trinità edificata nel 1930 a forma basilicale, richiama nel nome la normanna Abbazia. In essa si conserva, sotto l'altare, un rilievo romanico–normanno del sec. XI raffigurante la Santissima Trinità proveniente dalla Mileto antica. Ancora più avanti ci si appresta alla chiesa di San Michele sede dell'omonima Confraternita la cui fondazione risale al 1787. Al centro della città si trova la villa comunale, dentro la quale si erge monumentale dal 1886 una statua raffigurante Ruggero I opera di Domenico di Punto di Napoli commissionata alla Premiata Fonderia Artistica Francesco De Luca di Napoli. Altro spazio verde della cittadina è il Parco pubblico struttura fortemente voluta dalla Pro Loco nella quale si trovano una serie di attrezzature sportive ed un anfiteatro adibito a svariate manifestazioni d'intrattenimento. Fanno parte del Comune di Mileto diverse frazioni: la più popolosa è Paravati nota per aver dato i natali a Natuzza Evolo, donna umile dalle staordinarie virtù mistiche conosciuta in Italia e nel mondo per una serie di fenomeni non usuali quali bilocazioni, emografie, stimmate, ecc. A Paravati sorge la Fondazione “Cuore Immacolato di Maria Rifugio delle Anime” voluta proprio da Natuzza e nel paese ogni anno si celebra, la seconda domenica di maggio, la Festa della Mamma con la partecipazione di migliaia e migliaia di pellegrini da ogni parte d'Italia e dal mondo, per la maggior parte facenti capo ai Cenacoli di Preghiera, per festeggiare insieme alla loro mamma spirituale Natuzza, Maria la Mamma Celeste. E' sede, inoltre, Paravati, di alcune avviate industrie di floricoltura. Fanno parte del territorio miletese le frazioni di San Givanni e Comparni piccoli centri dediti per lo più all'agricoltura. Da qualche anno a San Giovanni è sorta una Pinacoteca di arte moderna. Festvità del santo patrono si svolgono, ogni estate, in tutti i centri del comune di Mileto: da Calabrò a Paravati a Comparni e San Giovanni e naturalmente Mileto centro con manifestazioni a carattere civile per allietare gli emigranti che ritornano numerosi in questo periodo. Questo e quant'altro dunque a “Mileto Capitale Normanna”, per il turista che vorrà visitarla a rimanere entusiasta della sua storia e del suo presente.


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