|
|
|
Francesi, borbonici e briganti a Mileto (1805 - 1815) di Filippo BARTULI
Un articolo di Giuseppe Bianco sull’eccidio di sei miletesi in piazza Avati [i] da parte di una banda di briganti filo borbonici il 25 agosto 1806 mi ha spinto a riguardare alcuni miei appunti su briganti, francesi e borbonici a Mileto nel decennio francese.
Barra, in una breve relazione al VI Congresso storico Calabrese, lamentava come nel ricchissimo materiale documentario sul brigantaggio durante il decennio francese non figurano memorie dovute a calabresi testimoni diretti di fatti. Colgo l’occasione per pubblicare un documento di quei tristi tempi, documento inedito e da me scoperto per puro caso. Nei libri parrocchiali della Badia della SS. Trinità di Mileto, vecchi volumi in cui i parroci da secoli registrano i battesimi i matrimoni e la morte dei miletesi, esattamente nel Liber Defunctorum dell’anno 1807, mi è capitato di trovare un atto con cui il regio parroco del tempo, il canonico Lorenzo De Luca, coadiuvato da uno dei suoi economi, Antonio Lombardo, per dovere d’ufficio e forse anche per cristiana pietà lasciò ai posteri un documento-testimonianza della feroce repressione francese guidata dal Manhés contro il brigantaggio che infestava la Calabria.
L’episodio avvenne quattro mesi dopo la strage dei sei miletesi, esattamente il 7 gennaio 1807.
Il Meridione d’Italia era afflitto da una anarchia sanguinaria che nel corso della sua storia aveva mostrato i suoi aspetti più cruenti e feroci. A periodi di relativa tranquillità seguivano tempi in cui, scrive N.Douglas il “Cid Calabria” nelle città meridionali si avvertiva un sentore di tigre; la legge dell’intimidazione governava le città. Qui il rispetto è proporzionato alle capacità di atterrire il prossimo. La ferocia s’insinua nella vita civile al punto che si giudicherebbe il calabrese ancora immaturo per vivere in comunità. Si direbbe che le condizioni di questa società risveglino le peggiori caratteristiche della razza! Aggiunge poi, a misera consolazione di noi calabresi, se non avessero fondato città quando noi (il Douglas era inglese) rabbrividevamo nelle paludi...
E recentemente, a proposito dell’avvertire, nel Meridione d’Italia, e attraverso i secoli questo sentore di tigre, A. Scirocco, in Briganti e società nell’ottocento: il caso Calabria accenna ai giudizi contrastanti sul fenomeno delinquenziale ed alle analogie con quanto succede ai giorni nostri.
D’accordo con Douglas che scriveva ottanta anni or sono, identifica addirittura una componente che si riproduce quasi geneticamente sul tronco di una tradizione storicamente formatasi in un ambiente geografico e umano quanto mai favorevole alla criminalità organizzata. Un male quindi che starebbe nella nostra radice etnica in una realtà incancrenita che non omette tuttora di produrre mostri.
In definitiva una spaventosa continuità nel delitto. E pensare che lo scrittore si ferma nel primo novecento. Cosa ha da dire ancora dopo la cronaca di questo ultimo cinquantennio da Napoli all’Aspromonte? Diversamente che in altre regioni de Meridione, in Calabria il brigantaggio e il banditismo sono stati endemici; bringantaggio comunque in contrapposizione a quello politico: sequestri di persona, scannamenti e sevizie, mutilazioni, strazi di cadaveri, caratterizzano l’universo del brigantaggio calabrese, quali che siano le cause storiografiche o sociologiche lontane o vicine. Nessuna epopea brigantesca, nessun personaggio eroico, nessun cavaliere che si immola per amore o per fede, nessuna reazione eroica e disperata ! F. Lenormant parla di una popolazione ancora dominata dalla sua nativa ferocia. La lotta è caratterizzata qui dal marchio della ferocia calabrese... G. Brasacchio scrive la ferita dei tempi dei Bruzi affiora dai recessi dell’inconscio del popolo ed esplode in tutta la sua crudezza: sono l’estrema ferocia e la barbarie proprie di una civiltà ridotta ormai all’estrema degradazione; scampi di vite umane, macabre esecuzioni, dimostrano una scelta quasi fatale, onde la fiera lotta popolare si svuota di ogni significato...
Negli anni 1805 -1815, da una parte i francesi, stranieri che agitavano la bandiera della Libertà (quanti stranieri nel corso dei secoli della storia d’Italia si sono preoccupati di portarci la libertà !), dall’altra i Borboni, legittimi re, che fomentavano il brigantaggio. In mezzo i calabresi.
Il tentativo di riconquista di Ferdinando IV finisce nel sangue della violenta repressione francese. Iniziata alla fine del 1806 diventa spietata nei primi anni del 1807, quando un geniale e spietato distruttore, il più grande cacciatore di briganti dei tempi moderni, cui Murat darà carta bianca, risolve il problema.
Costui fu il colonnello Carlo Antonio Manhés, appena trentenne, che in pochi mesi spazzerà via tutti i briganti, parenti e amici compresi. Commise crudeltà incredibili.
I francesi occuparono Monteleone (oggi Vibo Valentia) il 7 settembre 1806. Manhés arrivò il 9 ottobre. Il 18 ottobre P.L. Courier [ii]ufficiale dello stato maggiore del gen. Reynier in una sua lettera da Mileto scriveva ad un suo amico a Parigi: Maintenant nous faisons la guerre ou plutot la chase (la caccia) aux brigands.
In questo quadro si pone il documento inedito da me reperito nel Liber Defunctorum dell’anno 1807 della parrocchia della badia e che integralmente riporto: Oggi che si contano li venti del mese di gennaio dell’anno 1807. * * * Io qui sottoscritto economo coadiutore del regio parroco di q(uest)a chiesa badiale di Mileto, chiamato dal sindaco di q(uest)o comune per assistere a raccomandar l’anima di Gaetano Pugliese, di lonadi, ed Antonino Spagnuolo, alias Perciavosco di Francia, [iii] spediti dalla commissione militare residente in Montelione a q(uest)o sig(no)r colonnello Fullier comandante la piazza, per essere giustiziati, come in effetto si eseguì la sentenza ad ore diciotto e mezza di questo giorno, nel luogo chiamato la Porta del Magazino di Prestia, e furono i loro corpi sepolti dietro le mura della cattedrale. [iv]
Per memoria e documento di q(uest)o fatto ho io qui sottoscritto redatto il presente foglio e l’ho consegnato al parroco per inserirlo nel Libro dei morti.
Mileto il giorno, mese ed anno come sopra. Antonio Lombardo coadiutore. Laurentis abas de Luca regius parocus. * * * Qualche anno dopo nei boschi della Mongiana u Viuzzaru (Giuseppe Moscato di Vazzano), abbandonato dalla sua banda che prima imperversava nel bosco della Lamia, in territorio di S. Ferdinando di Rosarno, secondo M. Monnier ridotto alla disperazione per non farsi tradir dai vagiti di un fanciullo che eragli nato in quei giorni (siamo nel gennaio 1811) lo sfragellò contro un albero. La sua donna, madre del bambino, mentre il brigante dormiva, lo uccise. Dopo di che osò presentarsi alle autorità di Mileto, portando in un sacco la testa del brigante e così farsi dare i 200 ducati della taglia e la grazia. Ed essa si maritò e divenne una donna onesta. Si sostiene chiamarsi Nicolina Licciardi, di Seminara. [v] _____________________________________________________________________________ Filippo BARTULI, Francesi, borbonici e briganti a Mileto (1805 - 1815), ( ne Il Normanno ‘85, marzo 1995, pag. 54).
[i] Perchè la piazza dove furono uccisi sei miletesi, e che attualmente è occupata dal palazzo comunale, si chiamava Piazza Avati ? Ai fini di una pur sintetica risposta, anteponiamo che Mileto fu dichiarata sede di giudice regio dal governo di Ferdinando I delle Due Sicilie.Giuseppe Avati di Giovanni, da Polistena, fu giudice regio in Mileto. Sposò il 6 maggio 1784 Costanza Sbaglia, sorella di Domenico (1725-1806), che fu uno dei martiri dell’eccidio. Evidentemente i miletesi furono grati all’opera di questo giudice.
[ii] Il 30 ottobre 1806, P.L. Courier, da Mileto, scriveva una lettera indirizzata a m.me Pigalle a Parigi e chiudeva curiosamente: Scusate se vi scrivo su un pezzo di carta sgualcita. Non c’è cosa più rara in questo paese, dove si trova di tutto tranne il necessario.
[iii] Il Pugliese e lo Spagnuolo probabilmente facevano parte della banda di Andrea Orlando, di Spilinga, formata da sessanta uomini annidati nelle alture del Poro. L’Orlando era un capo-massa, legato agli emissari borbonici.
[iv] A quel tempo la cattedrale-baracca sorgeva dove ora si trova il palazzo della posta.
[v] Ci fu chi cantò le gesta del Vizzarru e fu un francese, il conte Eugenio de Poney, in La Voie Nouvelle Revue philosephique et letteraire, Marsiglia, 1866; tradotto da il Vazzarro di Carlo Massinissa Presterà di Monteleone (1816-1891). |
©2006-2007 ProLoco Mileto Progetto a cura dei Volontari del Servizio Civile Nazionale; webmaster Giovanni Milia - Ultimo aggiornamento: 14-09-2011
|